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Desidero essere un'ostia consumata PDF Stampa Email

Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Teggiano-Policastro
“Mio Dio che fiamme! Bruciami ancor di più. Tutto ti offro per la Chiesa e per la santificazione dei sacerdoti”.

Sono parole della Serva di Dio Suor Teresina di Gesù Obbediente, riportate, nel corso del processo diocesano relativo alla sua causa di beatificazione, dalla teste Suor Alessia del Buon Pastore, una delle sue prime consorelle nella famiglia religiosa, allora faticosamente nascente, della Compagnia della Regina dei Gigli al servizio della Chiesa.Sono parole da cui traspare la potenza drammatica di una sofferenza indicibile, quasi al limite della sopportazione, ma vissuta in un’offerta consapevole di sé, con la serenità propria di una speranza illimitata nella verità dell’amore cui la giovane religiosa sentiva di essere chiamata a partecipare con tutta se stessa.
Sono parole grandi e tremende, di quelle che non si possono accettare o comprendere con la facilità di un’abnegazione astratta o con un vago sentimento di dedizione ad un’ideale o ad un valore qualsiasi.
Sono parole che non possono essere digerite naturalmente e che, anzi, proprio naturalmente, a volte, possono suscitare, in chi le ascolta, quelle istintive reazioni di insofferenza e addirittura di rifiuto che nemmeno la sensibilità dell’attenzione o dell’affetto per le persone che le pronunciano riesce poi a controllare. Spesso, infatti, alla situazione di sofferenza reale e vissuta con tanta consapevolezza da chi ne è il protagonista si contrappone e si evidenzia anche tutta l’impotenza di coloro che vi assistono, coinvolti in essa dal grande affetto e dalla stima per la persona, sofferente ma imprigionati dalla drammatica incapacità di alleviarne i morsi fisici come di comprenderne pienamente i dinamismi spirituali.
Può essere naturale, allora, come la teste afferma di aver fatto, manifestare a chi è sofferente il proprio rammarico e quasi un proprio disappunto. Infatti Suor Alessia ricorda che le parole citate furono dette da Suor Teresina quasi in risposta ad un suo moto di spontanea e naturalmente affettuosa insofferenza che le aveva fatto esclamare: “Ma non è già troppo quello che Gesù vi sta facendo soffrire?”.
Da tutta la lunga testimonianza di questa sua consorella, allora giovanissima, che le fu più volte accanto nei momenti in cui la malattia faceva sentire tutta la sua virulenza, come dalla testimonianza di numerose altre persone che in diverse occasioni le sono state vicine, si evince che queste parole di Suor Teresina erano l’espressione di un suo atteggiamento interiore, del suo animo e del suo cuore costantemente e totalmente disposto all’offerta di ogni sua sofferenza e di ogni attimo della sua esistenza alla volontà ed all’amore di Dio.
È spontaneo, allora, anche il riandare con la mente ad un momento simile che troviamo nei racconti evangelici, e precisamente a quell’impeto affettuoso con cui l’apostolo Pietro reagì alle intense parole del Maestro che annunziava il suo andare a Gerusalemme per “soffrire molto… e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt. 16,21). In quell’occasione Gesù rispose con forza, rifiutando ciò che suonava di “scandalo” perché frutto di un pensare che non era “secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Nella prospettiva di una vita segnata dalla fede e vissuta nel dinamismo della speranza e perciò fecondata dallo spirito di carità, lo scandalo è la separazione, una drammatica divaricazione del pensiero e del sentire umano dal pensiero e dalla volontà di Dio. Lo scandalo è il soffocare nei limiti e nei condizionamenti della povertà della natura umana lo slancio d’amore alla vita che chiama e proietta l’anima verso la pienezza; è il misurare con la quantità dei tempi e degli spazi, con la sensibilità alla materialità delle cose create la presenza infinita ed eterna del Creatore.
Al contrario, la santità è riconoscere Dio, sentire la sua presenza, la sua chiamata in ogni circostanza ed in ogni situazione, è vivere la sua gloria che “riempie l’universo” (Sap. 1,7)      La santità è aderire in pienezza di comunione d’amore alla sua volontà ed al suo amore per la vita, soprattutto è partecipare della sua passione per la salvezza degli uomini e rivelata al mondo nel sacrificio del suo Figlio. L’adesione incondizionata del Cristo alla vita ed alla volontà del Padre, la pienezza della sua comunione con lo Spirito di amore di Colui che dall’eternità lo ha generato, si è rivelata a noi nell’inaudito dramma della sua passione, nella luminosità della sua Pasqua, nell’offerta totale della sua vita di Figlio di Dio che ha liberato l’umanità dai limiti e dalle paure che ne condizionavano la libertà di partecipazione alla verità ed al bene. La passione del Signore è, allora, per i credenti il paradigma, il modello e la via per aprirsi all’amore di Dio, per vivere sperando in Lui, aderendo in pienezza di fede alla Sua presenza. La santità è il conformarsi a Cristo nell’obbedienza di amore alla volontà del Padre e sentire che tutto ciò che è di Dio ci appartiene, che tutto ciò che Dio ama e desidera è ugualmente oggetto del nostro amore e del nostro desiderio, è vivere in comunione con la passione del Signore.
Suor Teresina di Gesù Obbediente ha più volte espresso e testimoniato il suo sentire di essere chiamata a condividere l’amore del Padre e la carità del Figlio suo unigenito, e i “gemiti inesprimibili” (Rom. 8,26) dello Spirito per la vita della Chiesa e, nella Chiesa, in particolare per i sacerdoti. Ha sentito nella sofferenza della malattia una vocazione particolare ad offrire la sua vita in obbedienza alla volontà del Padre per “rendere sempre più feconda l’eroica missione dei bianchi ministri che, desiderosi solo di far conoscere al mondo il tuo amore, si immolano sull’altare con Te, Cristo, Ostia e Vittima”.
Queste parole, apparentemente semplici, riferite poi da Madre Liliana, che condivise con Suor Teresina la travagliata gestazione della nuova Opera, nascondono una viva profondità di contenuti e di visione teologica del ministero sacerdotale. In esse, infatti, non si afferma di una missione sacerdotale vissuta esclusivamente nella concreta realizzazione di una serie di attività e di iniziative di apostolato, ma si afferma di un desiderio di portare nel mondo l’amore di Dio vivendo la stessa immolazione di Cristo, partecipando anzitutto e, si sottolinea, eroicamente alla comunione con l’obbedienza del Figlio al Padre.
D’altra parte sembra quasi un discorso consequenziale: se ciò che salva il mondo è l’amore di Dio, offerto nell’unico e perfetto sacrificio del Cristo, far conoscere al mondo e far vivere nella storia dell’umanità quell’amore salvifico è possibile solo partecipandovi in maniera piena, nella totale dedizione d’amore. Il sacerdote, allora, nella Chiesa è colui che, con Cristo, offre ogni giorno la sua vita al Padre e, comunicando il suo amore ai fratelli, santifica l’umanità.
Prima di ogni utile attività pastorale e proprio per una reale fecondità di ogni iniziativa per i fedeli, il sacerdote è chiamato a vivere e a servire la Chiesa celebrando per i fratelli e con i fratelli il sacrificio del Signore Gesù Cristo, ed è chiamato a presiedere e quasi a riassumere e ad esaltare nella sua carne, nella sua vita totalmente offerta al Padre, quello che la Chiesa intera è e vuole essere: “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rom. 12,1).
Suor Teresina di Gesù Obbediente, consapevole di questa dimensione dell’essere della Chiesa, e perciò stesso dell’ordine sacerdotale, ha vissuto la sua partecipazione al sacrificio di Cristo, “l’agnello innocente che ha redento il suo gregge, l’Innocente che ha riconciliato noi peccatori col Padre”, immolando con Lui la sua esistenza per la vita del mondo. La sua offerta è stata un’adesione piena all’amore infinito di Dio, perciò ha proiettato il suo cuore e la sua anima, e persino il suo corpo, oltre i confini di ogni ragionevole sopportazione e quella che poteva sembrare solo un’inspiegabile serenità nell’atrocità della sofferenza causata dall’ordinaria naturalità di una malattia era l’esaltazione di una passione, del suo essere radicata e fondata nella carità, come direbbe l’apostolo Paolo, ricolma della pienezza di Dio così da comprendere “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef. 3, 19).

 

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